Ungheria: la Corte costituzionale blocca la “legge schiavitù”

dalla redazione di Radio MIR

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di Massimo Congiu

È diventata nota come “legge schiavitù”. Era stata concepita per aumentare a 400 ore annuali il tetto degli straordinari consentendo ritardi, anche di tre anni, nei pagamenti. Ora la Corte costituzionale l’ha dichiarata in parte incostituzionale e ha obbligato il governo ad abrogarla entro luglio. Ma ricostruiamo la vicenda: l’esecutivo di Viktor Orbán l’aveva voluta a tutti i costi e la sua approvazione in Parlamento, nel 2018, era avvenuta al termine di una seduta turbolenta: quel giorno i deputati dell’opposizione fecero ostruzionismo in aula mentre migliaia di ungheresi si trovavano in piazza per protestare contro questa disposizione. Le manifestazioni durarono diversi giorni; ad esse parteciparono anche gli studenti che qualche settimana prima avevano dato luogo a dimostrazioni organizzate a sostegno della libertà accademica, partendo dallo spunto del forzato trasferimento della CEU di George Soros a Vienna.

Di fatto, con questa legge, i lavoratori dipendenti si son ritrovati a dover fare i conti con una settimana lavorativa di sei giorni e più di dieci ore quotidiane per cinque giorni di lavoro senza la garanzia di essere pagati per gli straordinari. Il governo assicurava la non obbligatorietà delle ore extra ma i sindacati sottolineavano il carattere ricattatorio di tale disposizione, e obiettavano: “Con la paura di essere licenziati, quanti lavoratori avranno il coraggio di dire di no alla richiesta di straordinari?

Una legge non del tutto conforme al dettato costituzionale, si precisava. Infatti la Corte ha accolto alcuni punti del ricorso presentato dai sindacati e, pur riconoscendo che tale disposizione era stata concepita per venire incontro alle esigenze delle imprese, ha stabilito che nessun lavoratore dipendente potrà essere licenziato a fronte di un suo rifiuto di svolgere ore extra, e che comunque gli straordinari dovranno essere retribuiti entro l’anno.

Il governo aveva pensato alle imprese, questo è vero; in particolare alle grandi marche automobilistiche presenti in Ungheria, come l’Audi, la Opel e la Mercedes che concorrono in modo significativo alla crescita economica del Paese. Uno dei più seri problemi che il mondo imprenditoriale solleva da tempo in terra magiara è legato alla scarsità di manodopera qualificata. Secondo recenti statistiche, negli ultimi anni circa il 16% dei lavoratori ungheresi, si parla di 500.000-600.000 persone, ha deciso di emigrare verso altri paesi dell’Unione europea, soprattutto in Germania e nel Regno Unito, in cerca di migliori condizioni di lavoro sul piano retributivo e delle regole vigenti in materia. Non c’è da meravigliarsi visto che l’Ungheria è fanalino di coda nell’Ue in termini salariali; inoltre risulta che l’anno scorso, nel periodo compreso fra marzo e aprile, l’esecutivo ha approvato una serie di misure capaci di peggiorare sensibilmente la vita dei lavoratori dipendenti. Misure che hanno colpito duramente il sistema della contrattazione collettiva col pretesto della necessità di adottare un’economia di crisi data la pesante situazione pandemica.

Tempi duri, quindi, per i lavoratori ungheresi visto il clima instaurato da un governo che si contraddistingue, tra le altre cose, per una concezione padronale del mondo del lavoro. La sentenza della Corte costituzionale è giunta, a quanto pare inaspettata, ed è comunque una buona notizia per salariati, organizzazioni sindacali e opposizioni. “È una sconfitta netta del governo Orbán”, ha affermato Tímea Szábó, presidente del partito Párbeszed Magyarországért (Dialogo per l’Ungheria, forza politica ecologista di centro-sinistra), che figura tra i firmatari del ricorso.

Su iniziativa di Jobbik, i partiti dell’opposizione hanno presentato in Parlamento una modifica del Codice del Lavoro per ripristinare condizioni sostenibili a vantaggio della manodopera salariata. Non si esclude, però, che il governo proceda con un’operazione di facciata che consisterebbe nel respingere questa proposta e presentarne una sua. Insomma, le sei forze politiche dell’opposizione che hanno raggiunto un accordo in funzione del voto del prossimo anno, affilano le armi e promettono, in caso di vittoria, di “abrogare tutte le leggi ingiuste di Orbán”. La campagna elettorale è ormai iniziata.

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